11/06/21 - Bari e il calcio: storie di sogni traditi

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11/06/21 - Bari e il calcio: storie di sogni traditi

Messaggioda Lo Strillone » ieri, 11:20

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di Riccardo Resta

Cotti a fuoco lento. Si sintetizza così la stagione della SSC Bari, conclusasi al primo turno nazionale playoff di serie C, con l’eliminazione patita per mano della piccola FeralpiSalò. Un fallimento che impone, in casa biancorossa, di tracciare la linea e tirare le somme del primo triennio di gestione De Laurentiis.

La prima parte di questa esperienza in riva all’Adriatico, infatti, è stata ben al di sotto delle aspettative prospettate dalla FilmAuro al sindaco Antonio Decaro in sede di assegnazione del titolo sportivo, nell’estate 2018. Dopo l’anno obbligatorio di serie D e il ritorno fra i pro al primo colpo, la SSC Bari ha solo collezionato fallimenti sportivi clamorosi, se rapportati alla grandezza di proclama e investimenti.

Procedendo con ordine, alla gestione dell’amministratore unico Luigi De Laurentiis va riconosciuto l’indubbio merito di aver valorizzato il brand SSC Bari, creato dal nulla in fretta e furia sulle ceneri di una società sparita dai radar del calcio italiano dopo la drammatica parentesi Giancaspro e l’onta del fallimento. L’abilità manageriale di LdL ha, infatti, portato a Bari una mole considerevole di sponsor e investitori, fatto praticamente sconosciuto a qualsiasi altra realtà della serie C. La divisa biancorossa è stata pian piano trasformata in un vero e proprio “volantino delle offerte”: al parco sponsor non manca nulla, dalla birra all’acqua minerale, dalla banca al caffè, dalla cioccolata ai prodotti detergenti. La società ha raggiunto importanti livelli di “engagement” social (64mila followers su Instagram non sono pochi per un club di terza serie), in serie D il Bari è stato seguito dalle telecamere di Dazn, gli accordi con la radio e la tv ufficiali hanno permesso ai tifosi di avere un contatto quotidiano con la loro squadra del cuore.

Poi, però, c’è la parte sportiva, gestita fin qui in modo assai lacunoso. Mai come quest’anno è apparsa chiara una verità: la squadra del Bari si fa a Bari. La scelta di nominare un diesse di facciata (Giancarlo Romairone) e far fare tutto al direttore sportivo del Napoli (Cristiano Giuntoli) nei ritagli di tempo semplicemente non ha pagato. La ricostruzione del progetto tecnico del Bari (se avverrà) dovrà passare necessariamente da un’indipendenza di fatto del club biancorosso dall’altra squadra di proprietà della famiglia De Laurentiis.

L’errore di gestione sportiva quest’anno è stato pagato caro, fin da quel mese di assordante silenzio passato fra la sconfitta in finale e l’inizio del nuovo campionato: azzardata è stata la scelta di allontanare Vivarini e mezza squadra che l’anno scorso era arrivata a un passo dalla promozione in B. “Non sapevamo come avrebbero reagito mister e calciatori a quella delusione”, ha spiegato successivamente Luigi De Laurentiis, tradendo tutta la sua inesperienza alla guida di un club di calcio. Sarebbe bastato un semplice ragionamento logico per prendere decisioni più miti: si trattava di calciatori professionisti che, se erano finiti in C, probabilmente in carriera avevano visto più sconfitte che vittorie. Tranne in pochi ed eccezionali casi (come, purtroppo, dopo questo campionato disastroso), la scelta di azzerare tutto e ricominciare ogni volta dalle ceneri non paga. La Ternana che ha stravinto il girone C, quello del Bari, ne è plastica dimostrazione.

Affidarsi all’usato sicuro, poi, in una categoria come la C ha i suoi rischi: alla famiglia De Laurentiis non si può certo imputare di non aver speso nel Bari (anche se – da bilancio 2020 – si legge una cifra attorno ai 5 milioni, la metà rispetto ai 10 più volte dichiarati dai De Laurentiis in sede pubblica), ma resta da capire come siano stati impiegati questi capitali.

I “vecchi” Lollo, Semenzato, Sabbione, Marras e compagnia hanno ampiamente deluso; se a questo si aggiunge che i calciatori più rappresentativi della rosa (il portiere Frattali, il difensore Di Cesare e il centravanti Antenucci) fanno 109 anni in tre, si ha la percezione esatta di quanto anziano fosse il roster biancorosso, in un campionato come la C fatto per valorizzare i giovani. D’altra parte, con il milione e mezzo pagato dal Napoli per acquistare dal Torino il centravanti Candellone e girarlo al Bari (26 presenze e zero goal) si sarebbe potuta allestire una rosa di nomi meno altisonanti, ma di gente più motivata e che avrebbe visto in Bari l’occasione della vita. Il distruttivo mercato invernale (sette uscite e soli tre ingressi, segno inequivocabile di un ridimensionamento) ha fatto il resto.

Confusionaria è stata anche la scelta della guida tecnica: Auteri ha sbagliato tutto intestardendosi con un 3-4-3 semplicemente inefficiente, Carrera lo ha sostituito rimediando appena 18 punti in 12 gare, per poi tornare ancora ad Auteri e finire come tutti sappiamo. L’unica notizia positiva ha il volto giovane di Giovanni Mercurio, trequartista barese che a 17 anni ha fatto intravedere qualche colpo interessante; da lui si può ripartire, anche per reimmettere nel Bari un certo grado di “baresità” che fin qui è mancato.

Ma il vero peccato originale della gestione De Laurentiis è stato promettere (senza mantenere) di vincere a una città che non è abituata (per storia e per mentalità) a vincere. Sì, perché la presunta grandezza della piazza di Bari ormai suona sempre più come un’autoproclamazione e sempre meno come una realtà empirica. La sconfitta contro la piccola Salò (città nota per lo splendido paesaggio gardesano e per la meno onorevole parentesi della repubblica mussoliniana) è una grande allegoria di una città che potrebbe fare, ma non fa. Se la “pressione” ormai da anni è diventata uno stucchevole alibi per giocatori e allenatori di passaggio a Bari (ridicolo in un campionato a porte chiuse), è anche vero che la città più volte è mancata nel momento di sostenere una squadra costruita male, ma che qualcosa in più avrebbe potuto dare. Il simbolo di un’annata tutta sbagliata sta in quel vergognoso striscione esposto da anonimi (che immediatamente esclude il tifo organizzato, va detto) con tanto di testa di maiale mozzata a corredo, chiara minaccia che si rifà al disgustoso linguaggio mafioso. “Poteva succedere ovunque”, obietterebbe qualcuno. Sì, poteva succedere ovunque, ma è successo a Bari.

La città deve fare il salto di qualità; lo si ripete da anni ma tutto rimane – con qualche eccezione – così com’è. Sembra la riproposizione contemporanea dei precetti del “Gattopardo”, non fosse altro che conservare lo status quo attuale della città di Bari non conviene a nessuno.

Andiamo incontro a una stagione piena di incognite (cinema in crisi, Napoli fuori dalla Champions, Bari ancora in C, è fisiologica una contrazione degli investimenti da parte dei De Laurentiis), e la società è chiamata a fare la sua parte innanzitutto mettendo in campo idee e progetti chiari.

Sassuolo e Atalanta hanno dimostrato in serie A che piccole realtà possono comprare bene, vendere ancora meglio e togliersi grosse soddisfazioni sia in Italia, sia in Europa.

Un esempio che sta lì a disposizione di tutti; basta solo avere l’umiltà di “copiarlo”. La famiglia De Laurentiis deve imparare a comunicare meglio e con i tempi giusti, a prendersi le proprie responsabilità e a cementare un rapporto mai decollato con la città. Serve creare una struttura dirigenziale “in loco” che si dedichi completamente al Bari; la via “ibrida” dell’imperizia ha portato risultati disastrosi.

Da parte sua, invece, anche Bari deve crescere e migliorare. Se bastassero densità demografica e capienza di uno stadio in rovina a determinare la grandezza di una “piazza”, allora dovremmo riscrivere la geografia di mezza serie A; per fortuna non è così. Se è vero che i fallimenti sportivi inchiodano il club alle sue responsabilità, è altrettanto vero che i comportamenti inquadrano le potenzialità e i valori inespressi di una città fin troppo abituata ad accontentarsi quando va bene, ad eccedere in proteste disgustose quando va male.

Il rischio è che le legnate prese dalla FeralpiSalò diventino metafora di un territorio, di una città, di una regione che non vogliono crescere. Restare indietro e borbottare o guardare avanti e crescere? Il calcio cittadino può essere l’occasione del riscatto sociale, adesso sta a Bari scegliere cosa fare da grande.

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Re: 11/06/21 - Bari e il calcio: storie di sogni traditi

Messaggioda Volder Galletto » ieri, 12:15

Il paragone con Sassuolo ed Atalanta lascia il tempo che trova.
Mapei e Percassi sono colossi.
Aggiungiamoci che lì hanno avuto l’umiltà di affidarsi sempre a gente estremamente competente.
"Un giorno all'improvviso"...il mio:

31/03/1996

BARI - Roma 1-2 (2' Parente; 51' Totti; 64' Statuto)




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Re: 11/06/21 - Bari e il calcio: storie di sogni traditi

Messaggioda guerrierobiancorosso » ieri, 12:28

Volder Galletto ha scritto:Il paragone con Sassuolo ed Atalanta lascia il tempo che trova.
Mapei e Percassi sono colossi.
Aggiungiamoci che lì hanno avuto l’umiltà di affidarsi sempre a gente estremamente competente.


Esattamente,frutto di organizzazione e non improvvisazione.
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